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Un tuffo nel colore con La Tram

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Entriamo subito nel vivo dell’intervista con una domanda pertinente ai tuoi studi di Scienze Politiche Internazionali: che posizione dovrebbe assumere l’Italia in merito all’utilizzo estero del ketchup, in sostituzione del sugo sulla pasta?
Beh, una posizione criminale, chiaramente.

Ho letto del tuo duplice percorso universitario e artistico. Quando hai capito quale dei due continuare a percorrere? E quale consiglio sentiresti di esprimere a coloro che potrebbero ritrovarsi nella medesima condizione?
L’ho sempre saputo, da quando avevo tre anni; era solo la mia famiglia a doverlo capire, ancora.
Avendo già fatto volontariato per una ONG ed essendo interessata comunque alla cooperazione, la mia scelta per gli studi universitari è ricaduta su quello e ho portato avanti queste due cose, pure contemporaneamente, avendo fatto anche la grafica per le ONG.
Quando poi mi sono trasferita a Livorno, ho prestato servizio civile in una ONG. Lì facevo lavoro d’ufficio e a un certo punto ho capito che quella vita non mi piaceva, così ho provato a dedicarmi solo all’illustrazione.
A un certo punto lo capisci per forza. C’è come un click, che ti fa comprendere questa cosa. A me è capitato quando mi mancavano due esami per finire la specialistica, che poi non ho terminato, perché mi sono ritrovata il corpo ricoperto di bolle – come un coccodrillo! Era uno sfogo. Il mio corpo stava dicendo “smettila!”.
Ti puoi costringere quanto vuoi a fare quello che desiderano gli altri, però poi a un certo punto scatta qualcosa… Ed è questo che differenzia un appassionato da un disegnatore: la fame che uno ha dentro, che prima o poi gratta per uscire fuori.

Non è affatto un mistero che tu abbia trascorso un lungo periodo della tua vita in Africa. In che modo questa esperienza ha toccato te e la tua arte?
Prima di tutto mi ha insegnato ad arrivare all’essenza delle cose: difficilmente agisco solo per il piacere di farlo, anche quando disegno. Per me tutto ha uno scopo quindi, anche quando illustro un animale, dietro c’è sempre uno studio finalizzato a un obiettivo più grande. Stare lì mi ha insegnato ad andare dritta al succo del discorso, a eliminare tutti gli orpelli e a togliere ciò che non è essenziale. Mi ha anche avvicinato a una teoria del colore più primitiva, quindi non uso più l’acquerello e nemmeno le mezze misure; cerco sempre di estremizzare le forme, di renderle grandi e voluminose, anche perché lì era tutto gigante, colorato ed enorme. Di conseguenza, la maestosità delle forme e la saturazione dei colori, così sparati e forti, sono divenuti parte integrante del mio studio.

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Quali sono le tue tecniche di colorazione preferite? Ho letto che hai seguito anche un corso di colorazione digitale. Come ti poni nei confronti delle critiche dei veterani dell’analogico?
Al momento il digitale l’ho abbandonato, perché mi annoia. Prima di tutto perché sono proprio legnosissima e non sono brava come molti altri miei colleghi, come Mirka Andolfo. Mentre la colorazione digitale la trovo lentissima, rispetto all’analogico.
Oltretutto la gente è troppo affezionata ai propri lavori e invece non dovrebbe. Non va bene? Strappalo, buttalo e rifallo. Io trovo che più pratichi, più diventi veloce e bravo. Alla fine, quando riesci a raggiungere un certo livello con l’analogico, si assottiglia molto la differenza tra i vantaggi di farlo in digitale o a mano. In definitiva, resta soltanto una questione di gusto. Ammiro comunque molto chi è in grado di disegnare e colorare in digitale e personalmente non vedo alcuna differenza, tra quello e l’analogico.
Mi piacerebbe tantissimo saper usare l’acquerello come Elia Bonetti, Igort o Gipi. L’acquerello è la tecnica più difficile di tutte e a me l’ha insegnato Frank Espinosa, quando mi ha introdotta all’acrilico.
Lui è la persona che mi ha cambiato la vita. L’ho incontrato durante una Illustration Marathon. Abbiamo fatto prima un workshop insieme, nei giorni precedenti, in cui ci faceva usare un po’ l’acrilico. E io – pazza – mi sono buttata a usarlo durante la Marathon. Lui mi ha vista e mi ha proposto di fare un libro insieme e di lavorarci nei successivi sei mesi. In quel periodo abbiamo fatto un corso di acrilico su Skype – lui dall’America e io dall’Italia – in cui mi ha spiegato tutto e mi si è aperta la testa, come un uovo. Ho capito cosa mi rendesse felice al 101% – perché l’acrilico è capace di mostrarti il mondo da un altro punto di vista. Era proprio ciò che mi serviva, qualcosa che incarnasse la pienezza delle forme. Io sono incendiaria: tutto ciò che mi piace, lo faccio all’ennesima potenza. Quindi utilizzo forme giganti e colori sparati – per questo l’acrilico mi soddisfa.
Inoltre l’anno scorso mi hanno regalato dei pastelli a olio: sono morbidi e danno molta soddisfazione per la sinuosità delle linee, ci puoi fare tantissime sfumature!

Ho potuto visionare alcune delle tue illustrazioni e, considerato anche il tuo ultimo lavoro “L’ecologia spiegata ai bambini” (BeccoGiallo Editore), non posso fare a meno di chiedertelo: quanto è importante per te il sociale? E in che modo credi che l’arte possa veicolare le coscienze collettive verso il progresso civico?
Io penso che in realtà questo sia un dovere di tutti quanti; ognuno con i propri mezzi. Io so disegnare e quindi metto a disposizione quello che so fare per veicolare i miei messaggi. Per me l’arte estetica, fine a se stessa, ha un valore limitato.
È difficile, perché certe volte ti connota un po’. Diventi “quella dei centri sociali”, ma credo che esplicare apertamente quello in cui si crede sia una scelta che non comporta rischi. Perché se qualcuno non vuole lavorare con me per questo motivo, allora sono contenta: preferisco sapere prima se la persona con la quale debbo collaborare si fa portatrice di valori che non mi appartengono.

Come ti sei approcciata all’illustrazione di un racconto edito plurimamente come “Il libro della giungla” (Kleiner Flug), in modo tale da personalizzarlo, senza risultare per nulla banale?
Eh, questa è una domanda importante, perché in effetti non è facile. Intanto, da amante della letteratura, confrontarmi con i classici mi risulta impegnativo, perché avverto un certo timore reverenziale.
È successo questo. Frank Espinosa era il mio editor per questo progetto ed è stato lui a tirare fuori l’originalità presente dentro di me. Lui mi ha detto: “Tu non devi descrivere quello che succede nel libro, perché c’è già scritto. Tu devi illustrare quello che senti, quando lo leggi”.
E quindi mi ha fatto fare questo esercizio: “Nel primo capitolo che cosa succede? Raccontamelo”.
Io gliel’ho raccontato. E lui mi fa: “Raccontamelo di nuovo, come se lo stessi raccontando a un bambino”.
E io gliel’ho raccontato di nuovo. Me lo ha fatto ripetere quattro o cinque volte, fin quando non mi ha fatto capire cosa intendeva: lui voleva che io enfatizzassi ciò che mi faceva emozionare di più, perché non tutti gli elementi di un racconto ti colpiscono allo stesso modo. E quindi ho cercato proprio di introiettare nel profondo e capire come mi sarebbe piaciuto che me lo raccontassero.
Sempre Frank, mi diceva: “Immagina di star seduta intorno al fuoco, con qualcuno che te lo sta raccontando. Cerca anche di astrarre e non di raccontare esattamente quello che vedi. Va bene anche un’immagine non troppo didascalica e più simbolica“.
In quel modo la mia interpretazione è diventata personale, perché l’ho costruita nella mia testa. A quel punto, quello che produci diventa una cosa molto originale.

 

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Quali sono stati i tuoi modelli di riferimento e da cosa trai ispirazione?
Traggo molta ispirazione dalla letteratura. Certe volte leggo delle storie che non c’entrano niente con quello che poi disegno e che però mi evocano delle immagini, che mi restano impresse nella mente per tanto tempo.
Sono una grande fan di Jack London e lui ha descritto la natura e le avventure in tutti i modi. Leggerlo mi ha evocato delle immagini che ho nella testa da quando sono piccola e a cui ogni tanto attingo. E poi ci sono delle canzoni che mi piacciono parecchio. L’arte in generale è una grossa fonte di ispirazione.
Invece come riferimenti sono un po’ schizofrenica, nel senso che sono tutti appartenenti a generi e stili diversi, che si tratti di illustratori o di fumettisti – come Alberto Ponticelli, Mike Mignola, Claire Wendling, Mattotti, Andrea Serio. Mi affascinano molto gli autori unici, quelli che sanno raccontare storie proprie e disegnarle in modi assurdi, tipo Pedrosa. E Igort. Lui forse tra gli italiani è il mio preferito in assoluto.

Quali sono o vorresti che fossero i tuoi progetti futuri, a breve e a lungo termine?
Al momento sto lavorando con Stefano Simeone e Francesco Favino alla seconda stagione di Vivi E vegeta (di cui La Tram è copertinista, ndr). Ne sono molto contenta, a parte perché il fumetto lo trovo delizioso, ma poi perché sono due persone meravigliose e totalmente pazze. Sono onorata della loro scelta, perché mi trovo molto bene a lavorarci insieme.
Inoltre sto facendo un fumetto con Eris Edizioni; un lavoro totalmente mio, sulle Vergini Giurate in Albania. È un progetto a cui tengo molto, e sul quale sto studiando da parecchi anni. È un fenomeno di genere e tratta delle donne albanesi che nel 1400 diventavano uomini per motivi socio-antropologici. Sono anche andata in Albania a intervistare queste donne; un viaggio che è stato una bellissima avventura.

Chiudiamo con la nostra solita domanda di rito: potresti raccontarci un aneddoto divertente, legato al tuo lavoro?
Gli aneddoti riguardano sempre il “metti la cera, togli la cera“, che mi faceva fare Frank sulla stessa illustrazione anche sei volte, con variazioni minime. Tipo mi diceva “per domani fammene dodici” e io ne facevo trenta. E quindi poi mi diceva “per domani fammene trenta” e io gliene facevo sessanta. Questo libro è stato pieno di aneddoti, ma tutti legati a quanto mi faceva lavorare, insomma. È stato determinante e non smetterò mai di ringraziare il mio maestro supremo.

 

Carmen Guasco ft. La Tram

 

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