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Passeggiando Nottetempo con Luca Russo

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Questo è un periodo di grandi scissioni per il nostro paese, quindi non posso fare a meno di iniziare quest’intervista con una domanda quanto mai pertinente: pandoro o panettone?
La domanda più adatta sarebbe: Natale o non Natale? Volendo immaginarlo… Pandoro. Con zucchero a velo ovviamente, se no è troppo triste.

Come è stato approcciarsi a Nottetempo come autore completo? Hai trovato difficoltà nella gestione di una totale libertà creativa o ti ci sei trovato perfettamente a tuo agio?
I precedenti due libri – (In)certe Stanze e Guardami più forte, entrambi editi da Tunué – sono stati sceneggiati da Cristiano Silvi. Interpretare una storia è un percorso interessante e bellissimo, però già allora avvertivo il bisogno di intervenirvi e con Cristiano non solo è stato possibile, ma è stato anche molto bello. Tutto il periodo lo è stato, perché c’era un sano rapporto di scambi di idee: lui ovviamente scriveva la storia, però poi se ne discuteva, soprattutto per quanto riguardava le inquadrature. In Guardami più forte, inoltre, sono stato anche soggettista: la voglia di partecipare attivamente nella narrazione era sempre più evidente.
Per questo, quando ho iniziato a lavorare a Nottetempo, mi sono preso un periodo di libertà, durante il quale ho sperimentato la strada da intraprendere. Non si trattava solo dell’approccio alla sceneggiatura, ma di come trattare ogni linguaggio, perché questo è un libro che mescola insieme fumetto, illustrazione, pittura e letteratura. Riuscire a mettere insieme tutte queste cose, perché era la storia stessa a chiedermelo, è stato molto interessante e liberatorio.

Non nego che seguire Alberto nel suo viaggio onirico mi abbia indotto sì meraviglia e riflessione, ma anche smarrimento per l’intenso carico emotivo. Come è stato lavorarci?
È un viaggio pericoloso, Nottetempo, perché ho una sensibilità particolare, che ho scoperto attraverso questo libro. Conoscevo ovviamente quella legata al mio essere disegnatore, ma attraverso Nottetempo ho scoperto anche il mio Io narratore. E quando mi sono trovato nella foresta di Alberto, sono volato con lui insieme ai fogli bianchi degli spartiti. L’ho seguito: non ero lui, ma ero al suo fianco.
Lo definisco un libro emotivamente autobiografico perché, anche se gli avvenimenti narrati non mi appartengono, ho scoperto a metà dell’opera che, per far provare in maniera credibile al protagonista quelle emozioni, dovevo sentirle anche io.
Quando ho capito che il libro stava parlando di me, dunque, tutto è divenuto più difficile. Non dal punto di vista tecnico, ovviamente, ma per quanto riguardava mantenere quel tono ed arrivare al finale.
Ero sempre stato coinvolto, insomma, ma a quel punto ero divenuto consapevole. Tramite Nottetempo ho scoperto il mio modo d’esprimermi e raccontare, quanto il colore potesse essere protagonista e narratore allo stesso tempo e anche come tutti i linguaggi di cui ho parlato prima potessero coesistere insieme, ognuno con un ruolo diverso: il fumetto come arte sequenziale, con caratteristiche di narrazione precise; il testo come luce capace di indicare una strada che non possiamo vedere; e il romanzo, richiamato dalla suddivisione in capitoli, che frammenta le emozioni e il coinvolgimento del protagonista in quattro tempi.

 

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Il finale è arrivato dopo o era stato già previsto?
Volevo raccontare un’emozione, che però è una cosa astratta. Quindi ho capito che potevo farlo solo inventando un personaggio, un’ambientazione e delle situazioni reali, che potessero scatenarla. Il finale non è sostanziale, anzi ero un po’ preoccupato che quelle situazioni realistiche diventassero le protagoniste della storia. Per fortuna, avendo ricevuto molti commenti dai lettori, è successo invece ciò che desideravo: sono arrivate le emozioni.
Per molto tempo ho modificato gli eventi, anzi a un certo punto m’ero quasi convinto a eliminare ogni elemento realistico e lasciare Nottetempo unicamente onirico, come una ballata visionaria. Ma non arrivava. Era una poesia senza fondamenta.
Quando alla fine presentai questo lavoro al mio editore, ho vissuto un momento molto bello.  Lui mi chiese, senza dirmi il perché: “Hai il coraggio di lasciare quel realismo che serve per…?”. E io gli risposi che lo sentivo così. Lui, allora, mi disse solo “Bravo!” – voleva essere certo che fossi convinto fino in fondo.
Qualsiasi cosa racconti, deve essere sincera. E lui, con Nottetempo, l’aveva percepito.

In Nottetempo vediamo Alberto misurarsi con l’amore e l’arte o, per meglio dire, con la loro assenza. Leggerlo mi ha fatto riflettere non poco riguardo il blocco creativo, che irrimediabilmente colpisce un artista. Ti è mai capitato un periodo del genere? E come l’hai superato?
L’ho superato proprio con Nottetempo, perché l’equilibrio che ho raccontato è quello di un artista con le sue due donne. Ho fatto un’autobiografia all’inverso, cioè ho raccontato ciò che non ho mai perso e che avrei una paura infinita di perdere.
Il mondo intero può emozionarsi per la tua arte ma, se perdi la persona con la quale sei cresciuto negli anni e con la quale hai condiviso ogni cosa, tutto questo non serve a niente. Quindi lo smarrimento di Alberto è assoluto. La sua vita è la musica, che è anche tutto quello che gli resta. E questo viaggio gli serve proprio a capire se l’ha persa, se non l’ha mai persa, se può riaverla o se è tutto inutile. Però loro – Giulia e l’Arte – sono in qualche modo la stessa figura, anche se lui le divide.

Prendendo in analisi i tuoi tre lavori “maggiori” – (In)certe stanze, Guardami più forte e Nottetempo – vediamo la precisa scelta di utilizzare tecniche di stile e colorazione differenti, che fanno intuire quanto tu sia sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Quanto è importante per un artista mettersi costantemente in discussione?
Ogni storia ha le sue esigenze e quando la leggo le inquadro.
Guardami più forte era “sospesa” e io ho pensato subito all’acquerello, delicato e trasparente come le parole dei personaggi. Mentre (In)certe stanze ha un ritmo da noir, quindi ho pensato a un (quasi) bianco e nero, luci e ombre molto forti, un colore che graffiasse, con acrilici, gessetti…
Per Nottetempo sapevo che il colore sarebbe stato fondamentale. Ho pensato subito all’olio, ma sarebbe stato ingestibile produrre un libro così, soprattutto per motivazioni tecniche. Proprio perché seguiva un flusso di coscienza, necessitavo di poter modificare le tavole in qualsiasi momento. Insomma, volevo il calore dell’olio e la praticità del digitale. Quindi presi un programma, Painter, e lo modificai in tutto l’assetto, fino a trovare la chiave che mi serviva. Ragionavo con il digitale come se fosse analogico. Ho perfino fuso due tavolette grafiche, utilizzando la penna di un’altra. Sperimentazioni al limite della follia.

Qual è la tua tecnica preferita?
L’acquerello ha tutto quello che non hanno le altre tecniche, perché non riesci mai a controllarlo totalmente: ha una sua anarchia, una sua libertà particolare – è l’acqua. Però, attraverso l’esperienza, puoi imparare a gestire in pochi istanti qualcosa che sta accadendo in quel preciso momento. Se riesci a catturare ciò, comunica moltissimo.

 

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Ti sei già misurato in un cortometraggio animato, “L’ultimo domicilio”. Per altro ispirato proprio a (In)certe stanze, che hai realizzato con Cristiano Silvi. Questo ritorno all’animazione è solo una parentesi o hai in progetto altro?
Un giorno, all’università, conobbi Pasquale Napolitano, oggi attore e regista teatrale napoletano. Lì lessi un suo racconto, L’ultimo domicilio. Mi venne in mente di farci delle vignette, ma non c’era ancora nulla di concreto; non c’era nemmeno un editore! Alla fine, Cristiano Silvi l’ha sceneggiato e così nacque (In)certe stanze, su cui è infatti riportata la dicitura “da un’idea di…”.
Alla fine, quel racconto è diventato il cortometraggio di cui parli, che ho prodotto con un gruppo di amici. Doveva essere un fumetto animato – Inanimatic – che poi è stato prodotto dalla Tunué in tiratura limitata.
Al momento non c’è in programma niente, solo “dialoghi”!

Nella tua esperienza da insegnante qual è il problema che riscontri più spesso nei tuoi alunni o comunque in coloro che aspirano a divenire illustratori e fumettisti?
Ho la fortuna di attirare persone molto interessanti al mio corso, quindi non ho mai riscontrato particolari disagi.
Ogni allievo ha una sua personalità: qualcuno è più emotivo, qualcun altro più scontroso. Questo non ha nulla a che fare con la creatività, di conseguenza bisogna instaurare una sintonia individuale con ognuno di loro. Ciò è fondamentale, perché se no non si riesce a tirar fuori il loro pieno potenziale. Ovviamente un insegnante deve rimanere tale, non può diventare un amico, altrimenti perde di credibilità e non viene più seguito, però allo stesso tempo bisogna capirli – alcuni hanno bisogno di più tempo, altri meno. E questo non determina la bravura o meno di un alunno, anzi lo aiuta a portare a termine i progetti e il programma, seppur nei suoi tempi.
Alla fine, se comunichi loro la giusta passione, ti seguono e producono.

In quasi tutte le tue intervista che ti hanno fatto ti si è chiesto quali fossero state le tue influenze. Si passa da Breccia, Battaglia e Moebius a pittori come Hopper e Cézanne. Quindi proverò a variare. Quale è stato il primo fumetto che ti ha colpito, quale il più amato e quale ti ha più ispirato?
Sono arrivato al liceo nel 1988, l’anno in cui Andrea Pazienza morì. Tutti parlavano di ‘sta cosa e mi capitarono in mano ‘sti lavori suoi. E io dicevo: “Oddio, ma si può fare ‘sta cosa col fumetto? E che usa? Pennarelli sulla carta millimetrata?”. Quelle cose lì mi sono rimaste dentro.
Notte di Carnevale mi toccò per prima, perché legata a un passaggio.
Pentothal l’ho letto una moltitudine di volte – ne ho una quantità infinita di edizioni. Ogni volta che lo leggi, trovi sempre nuove cose, man mano che cresci.
C’era un mio maestro, dal quale volevo imparare tutto quello di cui era capace Pazienza, che mi disse: “Pazienza… Ma conosci Moebius? Per carità, lui è stato il mito di una generazione, il ’77 bolognese. Ma Moebius è LA generazione, perché ha influenzato tutti.”
Sicuramente, se andiamo ad analizzare la cosa dal punto di vista tecnico, Moebius ha sconvolto il mondo, è storia. Ma se andiamo a cercare ciò che ti tocca, a me Pazienza emoziona più di Moebius. Non guardo i confini tecnici. Pentothal è uno di quei libri da leggere e rileggere, per la spontaneità pazzesca.
Poi c’è un fumetto della Bonelli che avrò letto un milione di volte, un Dylan Dog, che se vedo in edicola in un’edizione nuova lo devo ricomprare. Sempre al liceo artistico, mi chiesero se lo conoscessi e mi invitarono a comprarlo. Quel mese lì c’era Dopo Mezzanotte, scritto da Tiziano Sclavi e disegnato in modo superlativo da Giampiero Casertano, a pennello. Tutto era ipnotico, la ballata, la notte…
Non conta dove si posizionino certi fumetti. Anche quello popolare può rimanerti impresso a vita e magari lo rileggi mille volte, esattamente come faresti con i grandi classici.

Concludiamo l’intervista con la nostra domanda di rito. Puoi raccontarci un aneddoto divertente, legato al tuo lavoro?
Eravamo giovanissimi e come studio avevamo preso in affitto un locale molto piccolo e umido, dove lavoravamo in spazi strettissimi. Avevamo due stanzette: in una, io e un mio amico disegnavamo per le nostre prime collaborazioni – una terza persona non ci sarebbe mai entrata; nell’altra si faceva a turno per tenere delle lezioni, che impartivamo per guadagnare qualche soldo in più.
Un giorno chiamammo un disegnatore professionista a fare una lezione speciale; non sapevamo a che ora sarebbe arrivato. Io e il mio amico disegnavamo e cantavamo a squarciagola le canzoni dei cartoni animati anni ’80, tenute su a un volume assurdo.
Quando lui entrò, noi rimanemmo bloccati con le matite in mano. Disse solo “Ciao” – prese carta e materiale e uscì fuori a far lezione. Noi ci guardammo imbarazzati, pensammo alla figuraccia con la quale c’eravamo appena presentati. Lui riaprì la porta e fece “Nun ve preoccupate, nun ‘o dico a nessuno” – anche se poi cantava peggio di noi, quando non insegnava, eh.

 

Carmen Guasco ft. Luca Russo

 

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