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Inside Vincenzo “Viska” Federici e “The Kabuki Fight”

Bene, eccoci qui. Credo che sia doveroso esordire con la solita domanda di rito: cosa ne pensi delle fette di ananas sulla pizza?
Ciao a tutti! Vista la complessità delle domande, passo subito a rispondere alla prima, e più scomoda, di esse!
Penso che l’ananas sulla pizza sia qualcosa da denunciare e se gli alieni ci invadessero, i primi luoghi che dovrebbero radere al suolo sarebbero proprio le pizzerie che permetto tale scempio!

Ormai devi aver capito la portata dei toni di questa intervista. Non nego di averti googlato, prima di scriverti, e invito chiunque voglia leggere la tua biografia a farlo, non perché non sia interessante, ma perché non ti obbligherò a pensarci tu per loro. Piuttosto, ho letto che “Viska” è il tuo alter ego malvagio, ma di preciso come nasce lo pseudonimo “Viska”?
Il mio pseudo Viska ha un’origine molto semplice: in casa mia si tende a dare un soprannome a tutti e mio padre ha la fissa di inventare nomi assurdi, con nessun significato né attinenza a parole reali. Da qui Viska, che in seguito le mie innumerevoli sorelle hanno modificato in Ciska, Ciskato ecc ecc… Ma come pseudonimo ho preferito usare l’originale. In seguito ho scoperto che in altre lingue è in effetti una parola, ad esempio un amico disegnatore spagnolo mi ha detto che vuol dire qualcosa come “Viva!” O “Evviva!”

Il dinamismo nei combattimenti di The Kabuki Fight è davvero impressionante e soprattutto non risulta mai banale o ripetitivo. Per qualcuno potrebbe sembrare ovvio, ma chi s’è misurato con scene del genere (compresa la sottoscritta) non può che riconoscere la difficoltà nell’ideare una tale varietà di pose. Come sei riuscito a raggiungere un tale risultato? Hai tratto ispirazione da qualcosa, oltreché dai picchiaduro degli anni ’80/’90?
Di base cerco di rendere le scene d’azione il più fluide possibile, cercando di far compiere ai personaggi sequenze di movimenti coerenti e, tendenzialmente, circolari. In questo modo il movimento dinamico della telecamera ne viene rafforzato. L’ispirazione, oltre che da un gusto personale, nasce dal fatto di essere un nerd onnivoro. Mi piace tutto, soprattutto a livello fumettistico, ma anche cinematografico (incluse le serie tv) e videoludico. I videogiochi in particolare, com’è ovvio per The Kabuki Fight, hanno fornito la maggior parte delle ispirazioni, anche perché spesso le mosse dei personaggi sono dei veri e propri easter egg, che vogliono rievocare le tecniche dei characters presenti nei picchiaduro.

The Kabuki Fight è il primo lavoro curato interamente da te, fatta eccezione per i colori della fantastica Valentina Pinto. Come è stato affacciarsi per la prima volta alla sceneggiatura?
Complesso. La sceneggiatura è qualcosa di magnifico e potente, ma anche fortemente infido, perché ti costringe a tagli di scene, rafforzamento di altre, magari più noiose, il tutto ai fini del racconto e dell’economia delle pagine. Scrivere, però, mi ha anche dato l’opportunità di vedere il tutto da una prospettiva differente e quindi di adattare il mio storytelling a qualcosa di totalmente nuovo, per me! Ho sempre voluto narrare le mie idee: ho faldoni pieni di storie che mi scrivevo e disegnavo da solo, da quando ero piccolo fino alla fine del liceo. Il percorso da autore completo è stato, per me, citando un vecchio film, “surreale ma bello”.

Ho notato un utilizzo oculato, ma d’effetto, del gergo napoletano: credi che sia questo il giusto compromesso per affacciarsi al panorama internazionale, senza per questo snaturare la verve italiana?
Spesso mi sono chiesto “perché gli americani (come anche i giapponesi) ambientano le storie nel loro Paese, con personaggi autoctoni, e noi invece dobbiamo usare soggetti e luoghi con nomi esotici e non nostrani?”. Nel fumetto accade quasi sempre, nei romanzi molto meno. È da qui che sono partito: leggo molti romanzi italiani e non sempre mi sono sentito “in dovere” di utilizzare personaggi del nostro Paese, o meglio ancora napoletani; per The Kabuki Fight, invece, è stata un’esigenza. D’altro canto, però, non volevo ridurre il tutto alla solita fiction o soap nostrana, così ho inserito il personaggio di Pietro in un contesto internazionale, cercando di integrarlo il più possibile, ma dandogli comunque un’impronta molto marcata di “napoletanità”. Credo che questo sia il giusto mezzo: non ridurre i personaggi e le storie italiane a mero provincialismo, ma inserirli nel contesto del fumetto e soprattutto del racconto internazionale. Poi Pietro è come me, uno di periferia.

Nella tua opera sono evidenti la cura e il dettaglio con i quali hai costruito i personaggi anche più marginali, differenziandoli inequivocabilmente. Come ti approcci al character design di un soggetto, per riuscirci?
Semplicemente dando sfogo alla mia fantasia, ai miei ricordi e alle mie passioni. Molti personaggi di TKF sono stereotipi ai quali ho applicato qualcosa di mio. Prendiamo ad esempio il luchador Santa Muerte: volevo un messicano tarchiato e spaccone, ma amavo anche l’estetica della dottrina della Santa Muerte, così ho fuso le due cose. Idem per Hannya-guma, il primo avversario di Meiyo: volevo una ragazza di colore, ma che avesse un trucco caratteristico del Kabuki. Tendenzialmente parto da un’idea e poi mi documento, moltissimo, fino a creare qualcosa di originale. Anche in questo caso i beat ‘em up ’80/’90 hanno avuto un peso enorme, con la loro estetica pacchiana, elaborata, fluorescente e, miracolosamente, semplice. Valentina ha seguito lo stesso ragionamento nella creazione dei colori. Le ho lasciato molto campo libero, dandole solo qualche punto fermo dal quale non transigere, e il risultato spettacolare è sotto gli occhi di noi tutti!

Sei stato invitato alla Comix Ars per tenere un workshop di inchiostrazione e sei stato annunciato come professore del prossimo A.A. proprio per le tue indubbie qualità. Come ti sei approcciato e destreggiato nella tecnica, a chi ti sei ispirato, qual è la tua linea preferita e inoltre quali strumenti preferisci usare?
L’inchiostrazione è, per me, religione. È il passaggio finale e fondamentale del mio processo grafico: sono un nazista dell’inchiostro, praticamente! Mi ci sono approcciato in pratica da sempre: sin da piccolo ripassavo i disegni con la penna bic semplice, fino ad approdare al pennino, strumento con il quale ho iniziato, ma che ho poi abbandonato in quanto troppo rigido per il mio gusto personale. Sono passato quindi ai pennarelli normali, penne tecniche come le Staedtler, le Koh i Noor, fino alle moderne Copic. Intanto, però, mi sono avvicinato all’uso del pennello e non l’ho più abbandonato! A tutt’oggi il pennello è la tecnica che prediligo, inchiostro quasi esclusivamente con quelli sintetici (dopo averne provati di tutti i tipi, forme e misure), ricaricabili e non. Ormai i pennarelli li uso solo per tracciare le linee geometriche. Sono fanatico degli strumenti, ne compro e uso in grande quantità.
Come ispirazione non ho nomi precisi. Se proprio dovessi farne qualcuno direi Mark Farmer, quando inchiostra Alan Davis (mio autore preferito) e Jesus Merino, quando lavorava con Carlos Pacheco. Per il resto, come già detto, sono praticamente onnivoro! Amo molti stili di inchiostrazione, ma per il mio lavoro prediligo una linea chiara con qualche apertura al nero grafico in stile americano. Ma non escludo di usare altre tecniche in futuro, magari potrei farmele spiegare dai miei colleghi insegnanti a Scuola! Questa dell’insegnamento è una cosa magnifica e un’opportunità d’oro!

Hai potuto confrontarti tanto nel panorama fumettistico francese, quanto in quello italiano: quali sono le differenze e le caratteristiche individuali che hai riscontrato?
Lavorando anche per il mercato americano si può dire che ho una visione tridimensionale del media fumetto. Ci sono molteplici e sostanziali differenze tra i mercati, soprattutto sulla gestione della lavorazione di un albo, ma l’accento lo metterei sul linguaggio e sullo storytelling; qui sostanzialmente abbiamo approcci diversi. Il fumetto francese ha tempi dilatati e il racconto procede gradualmente, ma inesorabile, attraverso l’uso di molte vignette per ogni pagina. In America abbiamo il ritmo opposto, più frenetico e condensato, poche vignette e tante scene di grande impatto. In Italia il ritmo è invece più romanzato, specie se parliamo dei canoni Bonelli; il racconto si evolve pian piano e in maniera ben precisa. Le differenze sono tante, ma quella dello storytelling è la più emblematica, per me.

Vorrei chiedere la tua opinione (no, niente fette d’ananas, promesso) riguardo un tema che è stato sollevato proprio in questi giorni da un noto volto del panorama fumettisco italiano e che trovo sempre rilevante. Dovendo scegliere, preferiresti lavorare con qualcuno che sia incredibilmente bravo, ma inaffidabile nelle tempistiche, o con un fumettista dalla qualità più moderata, ma preciso nelle scadenze?
Tenderei al moderato ma preciso, non amo le persone inaffidabili, nemmeno un po’!

Siamo abituati a udirne d’ogni e mi piacerebbe chiederlo anche a te: ci racconteresti un aneddoto divertente che t’è capitato nel tuo lavoro?
Uno su tutti (ce ne sono miliardi, specie assieme ai miei compari di sempre!): molti anni fa, all’inizio della mia carriera, ad un fiera un autore di una nota casa editrice italiana passò un’ora abbondante a dirmi che non ero assolutamente capace a disegnare, che non sapevo dov’era di casa l’anatomia, né tanto meno la prospettiva. Mi disse che potevo scrivere, perché raccontavo bene, ma disegnare non faceva per me. Io pensai “hai detto niente, il racconto è fondamentale nel fumetto!”. Presi la sua opinione e ne feci tesoro. Attualmente credo che lui lavori poco e niente, mentre io sono qui.

Carmen Guasco ft. Viska
(sotto: la cover di The Kabuki Fight colorata a mano da Valentina Pinto)
tkf

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