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Inside “Batawp” – Giulio Rincione

 

 

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Martedì scorso alla Scuola Salernitana del Fumetto Comix Ars abbiamo incontrato Giulio Rincione, in arte Batawp, autore Shockdom e Sergio Bonelli Editore dal segno unico e inconfondibile e insegnante all’Internazionale di Napoli. Oltre al solito confronto con gli alunni della scuola, l’abbiamo intervistato insieme a Radio Booonzo – quindi, se volete guardare le dirette della giornata, correte sulla loro pagina Facebook!
Durante l’incontro, Giulio ci ha rivelato di essere tornato a scrivere grazie a Sofia Bossi, una talentuosa ragazza che gli ha espresso la volontà di lavorare con lui. Del loro lavoro non si sa ancora nulla, dato che il progetto è ancora in fase embrionale, ma non possiamo che augurare a entrambi il meglio per questo lavoro a quattro mani, ma soprattutto ringraziare Sofia per aver ispirato Batawp: ne avevamo bisogno.
Vi lascio all’intervista con un concetto espresso proprio da Giulio, durante l’incontro: “Lo stile è quel vestito che ti veste comodo, non quello che indossi per piacere a tutti, ma che ti fa sentire a disagio perché tira”.

 


Parliamo di una tematica delicata, purtroppo sempre attuale, legata alla tua terra: arancino o arancina?

Arancino e arancina sono termini utilizzati in Sicilia, è vero, ma a Palermo si usa solo “arancina”. Al femminile, in quanto è un’arancia, ma con l’upgrade del riso fritto.

Non sono mai riuscita a trovare una risposta a questa curiosità, quindi te lo chiedo io: cosa significa “Batawp”?
È vero, mi chiedono spesso come si pronuncia, piuttosto. Batawp (ndr. si legge “batawup”!) è un personaggio mio e di Marco, che stiamo ancora sviluppando – non lo abbiamo ancora mai proposto a nessuno – e che rappresenta un po’ il punto di arrivo della nostra carriera narratoriale. Questo soprannome non l’ho scelto solo per il bisogno di avere uno pseudonimo, ma perché è il simbolo del motivo per il quale ho iniziato a fare questo mestiere, ovvero raccontare la storia di Batawp. E quindi credo che sarà l’ultima cosa che farò, prima di ritirarmi dal settore, probabilmente.

“Paperi” e “Vite di Carta” sono stati scritti in collaborazione con Marco, tuo fratello. Com’è lavorare con lui, piuttosto che con altri sceneggiatori?
Con Marco è sempre molto difficile, perché abbiamo un livello di comunicazione molto stretto e soprattutto non ci accontentiamo mai del lavoro dell’altro: vogliamo sempre di più e spesso non ci rendiamo conto di eventuali limiti. In definitiva, è più semplice lavorare con altri sceneggiatori, anche più severi, che con Marco. Lui non si permetterebbe di farmi mezzo complimento, per esempio, come anche io con lui.

 

 

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Quando hai capito di voler diventare un fumettista?
Ho capito di voler fare fumetti e non solo disegnare, che è comunque un’altra cosa, intorno ai quindici anni, quando ho cominciato a fare dei disegni in classe, alle superiori, in cui prendevo in giro i professori. La sensazione di avere un pubblico che si appassionava, di portare questi fogli spillati e colorati alla meno peggio, di far ridere – perché all’epoca ero pure divertente, nonostante dopo abbia cambiato stile – mi ha fatto capire che io nella vita volevo fare quello: comunicare col disegno.

Dal tuo esordio ad oggi la mole di lavoro è visibilmente aumentata: come gestisci i tuoi tempi, per far quadrare tutto?
In realtà non lo so, nel senso che col passare del tempo ho cambiato tantissimo la gestione del lavoro. All’inizio, quando i rapporti con gli altri erano minimi, lavoravo quasi soltanto la notte. Quindi spesso e volentieri mi alzavo all’ora di pranzo, iniziavo a lavorare verso le diciotto e continuavo a farlo fino alle sei del mattino. Adesso i rapporti sono aumentati e, dovendo rispondere a telefonate o alle email, non posso permettermi di essere irreperibile. Cerco dunque di fare il possibile, seppure a un certo punto finisco col procrastinare, quindi vengo colto dal panico, mi comprimo e arrivo a fare due/tre tavole al giorno. In definitiva, il metodo è il panico.

Da ex studente di una scuola di fumetto, quella palermitana, e attualmente reduce dal tuo primo anno di insegnamento all’internazionale di Napoli, cosa rispondi ai detrattori, che definiscono le scuole un mero commercio di illusioni?
Io penso che non ci sia niente di più falso, come affermazione. Credo che spesso e volentieri passi un messaggio fuorviante, ovvero che se uno si iscrive a una scuola di fumetto automaticamente lavora, una volta finito. Ma non è così: il fumetto non richiede un curriculum, questo è un settore in cui l’unica cosa che vale è il tuo lavoro. Semplicemente, frequentare una scuola di fumetto ti permette di accorciare i tempi. Premesso che da autodidatta puoi, a grandi linee, raggiungere un dato risultato in dieci anni, da studente di una scuola di fumetto puoi impiegarne tre, perché i professori indirizzano le tue conoscenze, permettendo di risparmiare tempo.

 

 

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È risaputo che le tematiche affrontate nelle tue opere siano per lo più disturbanti: come riesci a gestire l’inevitabile carico emotivo che ciò comporta?
Fortunatamente l’immedesimazione con la tematica che devo andare a disegnare avviene solo all’inizio, cioè quando devo pensare alla storia e alla tavola. Una volta conclusi gli storyboard, mi stacco completamente dalla questione emotiva e lascio che la tecnica faccia il suo lavoro – è come se sparissi, per trovare la giusta palette di colori. Quindi quella fase in cui soffro anche io, insieme al protagonista, dura poco.

Leggendo le tue opere si evince una certa cupezza. Caratterialmente ti definisci così o sei una persona completamente diversa?
Non mi piace definirmi simpatico, perché preferirei me lo dicessero gli altri, però non sono una persona negativa o che porta questa cupezza nei suoi rapporti con le persone. È chiaro che abbia anche io delle zone d’ombra, come tutti. Spesso e volentieri chi ha dei mostri o dei fantasmi non li dimostra, anzi spesso e volentieri si comporta da giullare, tenendo acceso lo spirito del gruppo. Il vero motivo per il quale racconto questo genere di storie è l’incapacità che ho di far ridere o di trasmettere al lettore sensazioni positive, piuttosto che negative.

La Shockdom è stata la prima a credere e pubblicare il collettivo Pee-Show, di cui fai parte. Alla luce delle polemiche sollevate nei mesi scorsi contro la casa editrice, hai qualcosa da dire?
Io credo che quelle polemiche siano solo un modo per creare un gioco sui social. Se io firmo dei contratti con la Shockdom è perché li trovo vantaggiosi o comunque coerenti con quello che il mercato italiano propone. Ovviamente vado a escludere da questo genere di contratti la Sergio Bonelli Editore, poiché riserva un altro tipo di trattamento ai suoi artisti, essendo la più grande e affermata casa editrice italiana. Avendo messo il naso in varie proposte contrattuali, non ho riscontrato nulla di particolarmente diverso da quelle della Shockdom. Inoltre, l’artista non è obbligato a firmare, non ha una pistola puntata alla tempia: se sei esordiente, la prima cosa che devi fare è chiedere a un amico o un professionista un consiglio, altrimenti se firmi così, alla leggera, un po’ la colpa è anche tua.

 

 

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Da fumettista italiano, cosa ne pensi del nostro mercato editoriale?
Penso che ci sia tantissima offerta. Siamo in un periodo storico, per il fumetto italiano, caratterizzato da tantissima proposta e da moltissimi autori che vogliono affermarsi, per di più con un linguaggio personale. Certe volte penso anche, criticamente, che stia aumentando sì la quantità di autori e di offerta, ma che di conseguenza non faccia lo stesso il numero di lettori. Quindi spesso e volentieri ci ritroviamo tante cose nuove, sì, ma il lettore è spaesato: bisogna riuscire a incuriosirlo.

Pensi che il lavoro dell’artista sia avvantaggiato dalla possibilità di arrivare nell’immediato al pubblico, tramite i social?
È sempre un’arma a doppio taglio. Il social permette all’autore, soprattutto se esordiente, di farsi conoscere subito, e spesso e volentieri riesce anche a raggiungere immediatamente la pubblicazione o una fetta di pubblico. Il problema sorge nel preciso istante in cui deve mantenere quella posizione, perché non ha trovato il modo di reiterare quel processo e rinnovarlo, quindi finisce col riproporre sempre la stessa cosa. Prima, invece, un autore impiegava molto più tempo per affermarsi, ma in qualche modo si impratichiva a durare tanti anni sul mercato. Quindi i social sono un vantaggio, sì, ma ci sono sempre delle fregature, dietro l’angolo.

Generalmente faccio un “gioco”, con gli autori intervistati: secondo alcuni studi antropologici, esiste un filo conduttore nella produzione di ogni artista – un tema ricorrente, che possa essere reale o astratto e che si presenta in ogni opera. Riconosci il tuo?
I bagni. C’è sempre una scena che è ambientata in un bagno, perché è un luogo intimo, a cui sono particolarmente legato. Ogni casa ha il proprio, le conferisce un’identità. Soprattutto, corrisponde al momento il cui il personaggio è da solo – si guarda allo specchio, viene in contatto con il proprio riflesso e, dunque, con se stesso.

 

 

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Quali sono state le letture che ti hanno portato a diventare un fumettista?

Nella fase adolescenziale ero un patito dell’Uomo Ragno. Per anni ho comprato tutte le testate che lo riguardassero, poi all’improvviso ho smesso, quando ho cominciato a disegnare e a scocciarmi di quel tipo di segno. A quel punto, ho cominciato a conoscere altri tipi di autori, che mi hanno spronato a cercare quello stile che adesso mi caratterizza. Quindi ho staccato dal supereroistico, per concentrarmi di più sul fumetto autoriale, che è contraddistinto da storie autoconclusive, dove il disegnatore racconta una storia attraverso la propria sensibilità, piuttosto che concentrarsi sulla serialità. Adesso non sono legato al personaggio, ma alla storia.

Che cosa fai nel tempo libero?
Fumo. Lento.

Chiudiamo con la solita domanda di rito: puoi raccontarci un aneddoto divertente, legato al tuo lavoro?
Quasi tutti i miei fumetti sono realizzati sul retro dei fogli dei libri universitari di mio fratello. Ho avuto un periodo di ansia riguardo alla carta: se era troppo costosa non riuscivo a disegnarci sopra. Tutte le matite di Noumeno e di Dylan Dog sono state fatte così e Marco ha poi riutilizzato quegli stessi fogli per la gabbia del canarino. Ho una scrivania piccola, quindi lavoro su A4 e procedendo per singole vignette – sono comunque troppo frenetico per lavorare su una tavola intera.

 

Carmen Guasco & Vito Conti ft. Giulio Rincione 

 

 

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